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Software/Hardware libero » Cultura hacker/maker nelle scuole

La cultura hacker/maker nelle scuole: parla Andreas Formiconi

 

Da diverso tempo diciamo che portare la stampa 3D nelle scuole possa rappresentare un’ottima opportunità didattica per gli studenti. E non tanto perché si tratta di una tecnologia avanzata, quanto per l’insieme di “messaggi” che attraverso il suo utilizzo si possono lanciare agli studenti: fare le cose da soli anziché comprarle (risparmiando denaro e al tempo stesso crescendo), condividere informazioni ed esperienze, utilizzare software (e hardware) libero anziché proprietario.
L’intervista che pubblichiamo oggi è col Professor Andreas R. Formiconi, un docente universitario che va nelle scuole raccontando tutto ciò a docenti, studenti, armato di entusiasmo, molti oggetti auto-costruiti e la nostra Galileo Smart.

Allora, innanzitutto parlaci un po’ di te
Sono un professore universitario, e attualmente il mio incarico è di insegnare informatica di base in diversi corsi della facoltà di medicina. Ho insegnato anche, per un paio d’anni, tecnologie di comunicazione online al corso di laurea in teoria della comunicazione alla facoltà di Scienze della Formazione, ma al momento mi sto impegnando anche in corsi online in cui aiuto gli insegnanti ad utilizzare le tecnologie (http://www.iuline.it). Per farlo mi servo di un blog, articolato in modo tale che ognuno possa avere un proprio percorso, a seconda delle necessità individuali. Lo sto usando moltissimo per questo “servizio”, che ho chiamato “Laboratorio online per la scuola”.
È attorno a questo laboratorio che è nata l’attività; a un certo punto ho sentito l’esigenza di andarli a vedere all’opera nelle loro “tane”, per vedere cos’è la scuola oggi (del resto io ho ricordi di com’era negli anni ’60, e naturalmente è un po’ cambiata da allora).

Nello specifico quali programmi insegni? Di cosa hanno bisogno, in media, gli insegnanti?
Mi sono reso conto che il problema non è “tecnico”: c’è uno scarsissimo passaggio di sapere e di competenze tra il mondo tecnico e quello degli insegnanti. Parlano lingue diverse. Di solito, quando arriva un ingegnere o un fisico a far lezione agli insegnanti -che sono tendenzialmente di estrazione umanistica- questi si spaventano, e non succede niente. O meglio: i banali obiettivi didattici (superamento di test o quiz) di solito vengono centrati, ma a parte ciò non è cambiato nulla “dentro” il docente-studente. Per far sì che qualcosa cambi bisogna fare un grande sforzo, calarsi nei panni della persona che si ha davanti. Mi spiego: io vorrei tanto insegnare ad usare i computer manovrando il codice (personalmente uso quasi solo la linea di comando, pochissimo l’interfaccia grafica); ma per farlo devo quasi “prendere per mano” un docente -di per sé spaventato dai computer- e fargli ad esempio analizzare l’URL di un sito (http, nome del dominio etc.).
A livello di software, a volte può capitare di spiegare l’utilizzo di G.I.M.P. o programmi di videoscrittura. Ad ogni modo cerco sempre di spostarmi sul software libero. E ripeto, la cosa più importante è spostarsi sui bisogni specifici delle singole persone, perché solo così si riesce ad ottenere qualche risultato concreto (e per “risultato concreto” intendo dire: a quel professore è cambiata un po’ la vita? Perché altrimenti son solo chiacchiere).

Cioè se riutilizzano ciò che hanno appreso coi propri studenti?
Sì, infatti quando imparano davvero qualcosa poi subito lo riversano sui loro allievi.

E della stampa 3D che mi dici?
Per me è un grimandello. Mi diverte moltissimo, perché io ho sempre sentito il bisogno di fare le cose, di tornare ad usare le mani, cosa di cui credo ci sia una grandissima necessità nella didattica in generale e in quella italiana in particolare. La stampa 3D è un grimandello nel senso che mi serve per lanciare una serie di messaggi, il più importante dei quali è: ricominciamo a fare le cose. E ovviamente non sono solo io a dirlo: i messaggi dei grandi maestri della pedagogia (Don Milani, Célestin Freinet, Neill, Mario Lodi) erano tutti improntati alla pratica. Quello che dico io è: torniamo a fare le cose nella scuola, tantopiù che adesso le macchine a controllo numerico (che di per sé esistono da decenni) stanno diventando a basso costo e stanno entrando nelle case delle persone, esattamente come il Personal Computer anni fa.
Quello che faccio, di solito è questo: vado nelle scuole, attacco queste macchine e da li’ comincio a costruire il discorso, a lanciare i messaggi. La stampante 3D è fondamentale perché vedo che funziona bene: la faccio partire, e in una mezz’oretta ha prodotto un mattoncino Lego. Ora, per quella generazione “intermedia” il Lego è stato un qualcosa di importante: vederlo materializzarsi fa scattare in loro un qualcosa. È divertente vedere questi cinquantenni che si appassionano e si bisticciano come bambini (“Fammi toccare”, “no, è troppo caldo”); vuol dire che sta funzionando. Quando vedi una persona in quello stato d’animo tu, educatore, sai che hai fatto centro: hai “spogliato” quella persona- ora puoi dirle qualcosa per davvero.

Ma quindi le tue lezioni sono rivolte solo agli insegnanti? O anche agli studenti?
Beh, da questo punto di vista io sono decisamente “di bocca buona”: se qualcuno mi chiede di fare un intervento io mi adatto. Il prossimo sarà in una classe di recupero per addetto vendite, in un istituto tecnico, a dei “drop out” (e francamente a me sembra più “drop out” l’istituzione in generale che non i ragazzi). Un’altra volta c’era un gruppo misto, formato da bambini delle medie, genitori e insegnanti; e poi feci un intervento a una classe di scienze politiche alla Luiss, e un’altra volta ancora all’ISIA, qui a Firenze. Cerco di adattarmi a tutte le platee.

E questi ragazzi come reagiscono? Allo stesso modo degli adulti o c’è qualcosa in più?
Si incuriosiscono molto. Hanno tanta voglia di fare. Il problema non sono loro, ma il sistema scolastico. Anche negli istituti più all’avanguardia, magari dotati delle più moderne tecnologie -stampa 3D inclusa- i laboratori vengono usati ben poco, e talvolta gli alunni non vi accedono se non dopo uno o due anni. Mi è capitato di chiedere a degli studenti: “Conoscete la stampa 3D?”. La risposta fu che la conoscevano, ma a parole. Si torna sempre qui: la conoscenza teorica viene privilegiata rispetto a quella pratica.
Mi ricordo di un episodio avvenuto durante uno di questi miei interventi. A un certo punto venne a salutarmi un mio ex-alunno, e io mi allontanai per un attimo per andarci a parlare; immediatamente gli studenti si alzarono e si “fiondarono” sulla stampante 3D, per vederla in azione da vicino. I giovani hanno sete di fare le cose.

Eppure spesso vengono dipinti dai media in maniera opposta: bamboccioni, “gli sdraiati”, quelli fissi sullo smartphone…
Guarda, io ce l’ho a morte con l’informazione mainstream. La verità è che manca un’offerta formativa adeguata. So che c’è chi fa educazione fisica teorica, che per me è inconcepibile. Io la scuola me la immagino così [indica la stanza del FabLab, n.d.r.]: tavoli che si possono aggregare, l’insegnante che gira e si lavora per obiettivi.

In effetti anche importanti personalità della società civile (penso a Riccardo Luna) stanno cercando di far passare questo messaggio: portiamo l’approccio e la filosofia del Movimento Maker nelle scuole. Però, da figlio di insegnante, debbo riferirti l’obiezione proveniente in questi casi è che si pretende dalla scuola un po’ troppo. Cioè, si dice “Ok, tutto ciò è molto bello, ma le ore di lezione in una settimana sono un tot. E già dobbiamo insegnare le materie tradizionali, se poi dobbiamo aggiungere anche l’educazione civica, il codice stradale e chissà cos’altro, o si aumentano le ore di lezione o si sottrae tempo ad altre materie”.
Codesti discorsi secondo me rivelano una mentalità a-culturale. Cioè: la cultura non è considerata come una risorsa per il nostro paese, e quindi si affrontano i problemi con il paradigma “burocratico”. Un approccio culturale per me significa questo: se vedo che il problema non lo risolvo con i metodi tradizionali, allora lo devo ridefinire. L’esempio dell’educazione civica è emblematico: non deve essere l’ennesima materia da studiare, non la si insegna coi manuali. La si insegna vivendo nella scuola. Ad esempio: a scuola di mia madre i libri non si compravano. Erano di proprietà della scuola, e gli studenti li usavano ed erano tenuti a restituirli come li avevano avuti. Ecco, questa è educazione civica. Così come il lavorare insieme su una macchina, imparare a mantenerla tutti insieme, a lasciarla come la si è trovata pensando a chi verrà dopo di noi e vorrà a sua volta usarla. Come vedi, non c’è bisogno di ore di lezione di educazione civica.
E anche per quanto riguarda le materie tradizionali qualche considerazione va fatta. Ai miei tempi si studiava la storia 3 volte, eppure quando “interrogo” i miei coetanei sulla storia non si ricordano nulla. Invece le cose che ho appreso con passione le ho imparate davvero.

Se non ricordo male, all’Open Day del FabLab avevi raccontato delle lavagne multimediali auto-costruite…Mi rinfreschi la memoria?
Quando vado nelle scuole, oltre alla stampa 3D, metto su un cavalletto il WiiMote del Nintendo, mi porto dietro uno schermo, utilizzo dei programmi in Python che permettono al PC di leggere i segnali Bluetooth che vengono dal WiiMote e una penna a infrarossi auto-costruita. In pratica diventa una lavagna digitale. Prezzo: 38€. Questo mentre c’è il progetto di metterle nelle scuole a 1.500€ l’una, con gli insegnanti che non sanno cosa farsene.
L’idea che “portare la tecnologia a scuola” significhi mettere le LIM secondo me è una bufala, perché quando parlo con gli insegnanti emerge che spesso la usano come poco più che un proiettore. E allora -dico io- tanto vale farlo da 38€, così si risparmia e, in più, i ragazzi imparano maggiormente, proprio perché possono farla da soli.
Un’altra novità è che ho messo su la PirateBox, che è un piccolo router su cui ho installato una versione di Linux chiamata OpenWRT, e quella mi ha affrancato dalla necessità di avere Internet sul posto. Metto su una chiavetta USB gli audio, i video, i testi e tutto ciò di cui ho bisogno, e la PirateBox genera una rete wireless isolata; basta un tablet o un telefono per collegarsi e scaricare tutto il materiale. In pratica mi porto dietro la mia internet.
È a partire da queste cose pratiche che innesto le mie parole: la “glocalizzazione”, ad esempio, con le stampanti 3D fatte dalla famiglia Cantini che sta “dietro l’angolo”. Parlo del software libero e dintorni, e cerco di far capire che oggi fare esperienza formativo a costo quasi zero è possibile, perché il mondo la “secerne” questa roba. E tutto questo lo condisco con esempi che coinvolgono giovani, spesso italiani: Pietro Pilolli, un giovane “rastone” (cosa utile anche per scardinare luoghi comuni) che ha creato un S.O. Per le lavagne multimediali; Massimo Banzi, il creatore di Arduino. Insomma, faccio capire che il mondo lo creano i giovani, uscendo dallo stereotipo dei bamboccioni.

E magari è anche utile per i giovani stessi. Voglio dire, spesso i ragazzi -soprattutto adolescenti- che amano “smanettare” vengono etichettati come Nerd o “sfigati” (questa è l’orrenda parola che usa oggi), perché passano più tempo dello stretto necessario a studiare per imparare cose nuove.
È verissimo, ed è dovuto al fatto che c’è un’enorme attrazione per il luogo comune. È necessario lavorare ad ogni livello per “sfondare” le categorie. Si usano troppi aggettivi: ci vogliono più sostantivi. E soprattutto un verbo: fare.

Eppure la scuola sembra andare in una direzione un po’ diversa. Tempo fa davo ripetizioni a un ragazzino la cui classe era stata tra le prime in Toscana ad essere trasformata in “classe digitale”: mi ha raccontato come funziona. Ogni alunno ha un tablet, e sono tutti collegati alla LIM. Durante la lezione -ad esempio- di geografia arriva l’insegnante, e parte una specie di quiz interattivo con una serie di domande “a crocette”, e gli studenti rispondono cliccando sul tablet. Sullo schermo viene visualizzato chi ha risposto bene e chi no, e l’insegnante interroga quelli che hanno sbagliato di più. Debbo dire che mentre mi raccontava tutto ciò ero un po’ perplesso, però non riuscivo razionalmente a dimostrare che è sbagliato. Poi tempo fa ho letto Demenza digitale di Manfred Spitzer, il quale spiega che questi metodi non solo non sono utili, ma anzi fanno danno, perché sostanzialmente riducono la quantità di sforzo mentale che ciascuno deve fare per apprendere. Mentre invece -dice Spitzer- è proprio attraverso lo sforzo mentale che si genera apprendimento, così come attraverso l’esercizio fisico ci si mantiene in forma.
Sono molto d’accordo, e lo riscontro ragionando con i dirigenti scolastici (che io mi immaginavo come degli aridi burocrati, mentre invece ci sono delle persone molto ispirate); anche loro sono spesso perplessi per questi finanziamenti che arrivano per fare le famose “classi 2.0”. Anche loro in qualche modo “subodorano” che la cosa non sia in realtà così strepitosa, ma spesso non hanno gli strumenti per esprimere questa loro perplessità. Poi arrivo io e do’ la “botta finale”, spiegando che il più delle volte si tratta di “recinti chiusi”…

Perché sono tutti software proprietari?
Esatto, una ditta ti fa un “percorsino” che il più delle volte consiste in giochini demenziali come quello che hai descritto. I processi di costruzione mentale non passano certo attraverso quei “videogiochini”

Tra l’altro lo stesso ragazzino qualche giorno dopo mi chiamò per chiedermi come si mettono le immagini in power point
Appunto. La tecnologia può essere straordinaria, ma quando si comincia a fabbricarla. Costruire un modello 3D con OpenScad a un certo livello.
Ma il discorso vale anche per le materie tradizionali: la matematica che viene insegnata nelle scuole è quasi un “vaccino” contro la matematica vera e propria: è un’accozzaglia di procedure automatiche di cui l’allievo non capisce il senso. Io ho visto esporre la regola per estrarre a mano la radice quadrata Eppure la matematica è “parente” del codice (anzi, il codice è figlio della matematica); perché non imparare quello, così da apprendere allo stesso modo anche l’uso della tecnologia?

Tratto da kentstrapper.com

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Data: 14/12/2018
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